Le vesti della sposa – A mo’ di premessa

Continuiamo a presentare alcuni estratti del libro di don Claudio Regni, “Le vesti della sposa”. Per ottenerne una copia sarà sufficiente recarsi in chiesa in orario di apertura e prelevarla, eventualmente lasciando una piccola offerta.

Per raccontare questa chiesa Claudio parte, come molti pittori, da uno sfondo che pian piano si fa intorno. La storia che racconta è quella di un paese nella periferia di Perugia, San Sisto; “una periferia… amata da Dio”.

Un luogo di 1500 persone, chiuso tra la montagna di Lacugnano, una incipiente zona industriale ed un ospedale regionale in fase di progettazione. Per me,  che provenivo dalle belle colline preappenniniche verso Gubbio, era un luogo tutto da scoprire.

[Io, don Alviero e don Sandro, arrivando a San Sisto…] eravamo entrati in un dormitorio” per donne e uomini che avevano abbandonato la terra, e con essa anche le tradizioni religiose, per un lavoro in fabbrica più redditizio ed aperto ad un futuro pieno di speranza per sé e per i propri figli.

Pur tuttavia era un popolo solido e laborioso, ricco di umanità, esperto in sofferenza, educato dalla vita e dalla Chiesa a prendersi cura dell’altro, amante della famiglia, dei figli e della casa, con una religiosità – seppur bella – ferita dall’odio della guerra, poco profonda e ad ogni vento di dottrina con radici che si potevano seccare. E per molti così è accaduto.

[…] Andammo ad abitare in mezzo ai palazzi al 117 di via Pergolesi. Fu un periodo bellissimo. Era gustoso stare in mezzo alla gente. Per il servizio liturgico, oltre alla vecchia chiesetta, prendemmo in affitto due garages in via Diruta.

Viale San Sisto agli inizi degli anni ’70

E poi c’è tutto: tra il ricordo vivo di una guerra dolorosa e il boom economico, tra il bisogno di ricostruire e la ricerca del benessere, San Sisto cambia più volte forma e aspetto. Un paese piccolo e mutevole, in lenta espansione, dove le più importanti vicende del mondo (così grande e distante) giungevano come strani venti e grandi strutture si consolidavano (la Perugina, l’ospedale) dettando i criteri per l’espansione urbanistica.

Lacrime e sudore -i due fiumi che irrorano la vita- non ci sono mancati!

Abbiamo lavorato sodo, per amore a Gesù che ci aveva amati per primo.

Vedemmo fin da allora (anni’70) che era necessario mettere la parrocchia in stato permanente di missione, per fare dei cristiani e un popolo di Dio che diventasse responsabile, testimone e capace di scelte personali.

[…] Così, mandati dal Vescovo, portammo una Parola che suscitava in coloro che ascoltavano, illuminazione, consolazione e cura, con il Sacramento che li consolidava ed una Chiesa che li accoglieva e li custodiva.

Nacque così un Popolo di Fratelli. Non eravamo più soli.

A poco a poco quel paese fatto di sconosciuti arrivati in cerca di lavoro è divenuto una comunità che ha trovato i suoi spazi nelle associazioni territoriali, culturali, sportive, di assistenza, di cura, di volontariato… è tra tutte queste realtà che si collocano le chiese del quartiere, fatte dal popolo e per il popolo. Tutto questo… è Dio che l’ha pensato, diretto, realizzato!

Arrivarono gli anni ’90 – tempo della delusione (per i sessantottini), della Guerra del Golfo, di “mani pulite”, dell’edonismo, dello stare bene a tutti i costi, in una forma giovanilistica che si traduceva nelle espressioni infantili “mi dà gusto”, “non mi dà gusto” – “mi piace”, “non mi piace”. La povertà spirituale, che veniva da lontano, era riempita nella massa dal lavoro e dal benessere. La resistenza all’“ULISSE INTERIORE” e l’adesione al possesso dell’immediato era molto forte in tutte e tre le generazioni dal dopoguerra.

Non ci arrendemmo. Imparammo ad invadere le strade e le piazze, cantando a squarciagola dietro una Croce con tamburelli, flauti, trombe e cembali: novelli folli per Cristo.

E dentro una vita fraterna e semplificata, con tante famiglie aperte al quartiere e con un amore forte alla vita nei figli, apparve l’ORATORIO, come un fiore sbocciato quasi spontaneamente da una fertile pianta.

Anche questo tempo di crisi, dunque, è capace di portare frutti buoni! Per usare le parole di Ratzinger:

Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. .. Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine.”

C’è bisogno ancora di una Chiesa in uscita, che sappia invadere le case e le piazze. Bisognerà creare “Chiese domestiche” e inventare “nuove forme di comunione”, che irrompano come buone notizie nell’isolamento individuale.

E il nuovo complesso parrocchiale, l’oratorio, la chiesa, a cosa serviranno?

Rimarranno al servizio delle Chiese domestiche che si incontreranno in essa, in vari momenti, durante l’anno. Questo è il futuro … prossimo.

[…] Per ora la facciamo bella!!! [… lachiesa!]

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